I Fumetti della Resistenza

Copertina
16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

Prima pagina
Indice
I Cattolici nella Resistenza
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Bibliografia
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CONTRO L’ANTICRISTO NAZIFASCISTA
(saggio di Massimiliano Tenconi)

 

La Chiesa, inizialmente, non incoraggiò la partecipazione dei fedeli alla lotta armata: le alte gerarchie non avevano compreso le ragioni della scelta di molti.


Siamo Friulani dell’ Osoppo
e ne facciam parte da volontari:
vogliamo che la gente italiana sia
senza crucchi, briganti e ladri.
Dalla pianura alla montagna,
dovunque batta un cuore friulano
abbiamo tutti la medesima idea:
riscattiamo il nome italiano.
Arrivederci mammina,
i tedeschi sono in casa nostra:
asciuga quella lacrimuccia
abbiamo tutta l’Italia invasa.
Sono vent’anni di un brutto ristagno
già è l’ora di cambiare…
combattiamo per una causa giusta
e il Signore ci aiuterà.
(da “Canti della Osoppo nati nella bufera” - Pellegrini, Udine, 1987, pag. 9)

L’antifascismo dei cattolici.
Al momento del crollo del fascismo l’assunzione da parte dei cattolici di una chiara posizione democratica non poteva certo essere data per scontata. Come ha sottolineato con decisione in suo studio Adolfo Scalpelli: “Era difficile per un cattolico staccarsi da quella linea di obbedienza alla sua Chiesa, a quella Chiesa che era arrivata al Concordato e che perciò [aveva accettato] compromessi di natura materiale col fascismo”. Durante il Ventennio, il mondo cattolico aveva assunto atteggiamenti variegati che erano spaziati dall’aperto consenso dei clerico-fascisti, all’appoggio strumentale di quanti avevano visto nel fascismo un mezzo per giungere alla restaurazione dello Stato cattolico, a coloro che, soprattutto all’interno dell’Azione Cattolica, pur maturando progressivamente posizioni critiche nei confronti del regime erano comunque rimasti lontani all’intraprendere un cammino che li potesse portare ad un approdo democratico. Mentre cattolici del calibro di don Luigi Sturzo e di Giuseppe Donati andarono ad'ingrossare le fila dei fuoriusciti, all’interno, se non era certamente mancato un orgoglioso dissenso da parte di singole personalità rimaste fedeli all’esperienza del Partito popolare, un’opposizione cattolica cosciente ed organizzata capace di agire in clandestinità e di indirizzare i giovani sulla strada dell’antifascismo, non fu mai presente. All’interno di questo quadro generale è possibile scorgere solo qualche rara eccezione. La prima prese forma alla fine degli anni Venti prolungandosi fino a quasi la metà del decennio successivo e fu promossa da un gruppo di cattolici uniti sotto la definizione di Movimento guelfo d’azione.

Un gruppo di partigiani cattolici della Divisione Alto MilaneseGuidato da Malavasi e Malvestiti, il movimento strinse rapporti con Giustizia e libertà e, nella convinzione che il fascismo fosse la negazione del cristianesimo, condusse una campagna in nome di Cristo Re che ebbe il suo momento di massima risonanza nel 1931, quando in occasione del 40° anniversario dell’enciclica Rerum novarum furono diffuse migliaia di copie di un manifesto che denunciava la situazione italiana sotto la dittatura e richiamava i cattolici all’azione. Nel marzo del 1933 una retata compiuta fra Milano, Torino e Genova portò all’arresto dei principali elementi del gruppo che furono processati dal Tribunale speciale e condannati a pene detentive comprese fra i due e i cinque anni. Un episodio, quello guelfo, dalla partecipazione ristretta e che era rimasto assai circoscritto. Un limite che risalta ancor più se si tiene conto che l’esule don Luigi Sturzo, in uno studio sulle cause che avevano portato alla nascita del regime, intitolato “Italia e fascismo” e pubblicato pochi anni prima in Francia, era giunto alla conclusione che l’unico atteggiamento di fronte al nuovo ordine mussoliniano non poteva essere che quello del “rovesciamento operato da tutti i cittadini e da tutti i partiti, uniti sotto l’unico vessillo dell’antifascismo”.
La seconda eccezione degna di nota nell’ambito dell’opposizione cattolica al regime, anche questa però molto minoritaria, fu rappresentata dalla nascita, alla fine del 1937, della Sinistra cristiana. Sorta a Roma si sviluppò anche a Milano, Genova, Firenze e nel suo programma, noto come Appunto Pecoraro, sottolineava come fosse ormai necessario passare da una semplice protesta morale contro il fascismo alla lotta politica vera e propria avviando, alla stregua delle altre componenti antifasciste, una decisa battaglia clandestina che doveva prevedere la costruzione di nuove alleanze, l’abbandono del mito del partito interclassista e il mantenimento del dato religioso come caratteristica peculiare ma non come elemento preminente ed esclusivo. Nonostante i numerosi mutamenti di nome l’esperienza della Sinistra cristiana si prolungò fino all’indomani della liberazione, quando i suoi membri confluirono poi nel Partito comunista. La storia di questo gruppo, che fu, nel corso della guerra di liberazione, decisamente impegnato reputando la Resistenza come un’occasione provvidenziale che doveva permettere ai cattolici di essere nuovamente degni del cristianesimo, mostra l’esistenza di frange pronte ad agire in modo autonomo e capaci di elaborare una loro originale politica sganciata dalle direttive della Santa Sede già prima del tracollo dell’8 settembre.



Ultimo aggiornamento (Venerdì 18 Novembre 2011 10:59)