I Fumetti della Resistenza

Copertina
16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

Prima pagina
Indice
Il clero e la Resistenza
Don Pietro Morosini
Don Pietro Pappagallo
Don Paolo Pecoraro
Don Pasquino Borghi
Tutte le pagine

Il clero italiano, fin dall'inizio dell'occupazione tedesca, aveva dovuto scegliere fra due alternative: la Resistenza patriottica all'invasore, quale ad esempio fu quella condotta in Belgio dal primate belga cardinale Mercier durante la prima guerra mondiale o l’acquiescenza allo stato di fatto, quale si ebbe in Francia durante l’occupazione nazista.
In Italia invece non fu scelta con chiarezza né l'una né l'altra strada, non ci fu una politica vaticana «a senso unico», facilmente definibile nelle sue caratteristiche. L'unica direttiva che arrivò da Roma fu quella di negare il riconoscimento de iure alla repubblica di Salò, pur riconoscendola come un governo di fatto.
Il clero basso, si può dire in ogni regione, offre la sua assistenza agli «sbandati» e continua ad offrirla anche quando essi sono divenuti «ribelli» e poi patrioti: è un'assistenza che travalica facilmente i limiti della carità imposta dai doveri sacerdotali, poiché non si limita, almeno nelle sue manifestazioni più esplicite, a offrire un rifugio, uno scampo alle persecuzioni nazifasciste, ma fornisce un vero e proprio appoggio al consolidarsi delle prime formazioni partigiane e collabora in forme più o meno dirette alla loro efficienza bellica. Numerosi esempi possono essere portati in tal senso risalendo dal Sud al Nord.
Don Pietro MorosiniA Roma spicca la figura di don Pietro Morosini (Medaglia d'oro al valor militare), fucilato «per l'opera di ardente apostolato fra i militari sbandati... l'acquisto e la custodia delle armi» («se mi lascerete libero ricomincerò da capo», dichiarò orgogliosamente ai suoi giudici). E ancora a Roma è da ricordarsi il coraggioso gesto compiuto da' un sacerdote, don Paolo Pecoraro (Medaglia d'argento alla Resistenza): il 12 marzo 1944, in occasione della benedizione papale in piena piazza San Pietro, gremita fino all'impossibile, dove abbondavano fascisti ed SS tedesche, non esitò con sprezzo del pericolo e rischiando la propria vita, ad issarsi su uno dei piedistalli dell'obelisco e ad esortare a voce altissima tutti gli italiani a battersi contro gli oppressori, a cacciare il nemico invasore.don Paolo PecoraroDecine e decine di parroci sull'Appennino e sulle Alpi acconsentono a trasformare le loro canoniche in depositi d'armi, e non solo consentono, ma sono essi stessi a suscitare e ad organizzare la guerra di liberazione. Così, ad esempio, fa don Pasquino Borghi nelle zone del Reggiano, fucilato nel gennaio come organizzatore dei primi nuclei di ribelli, il parroco don Agnesi in Piemonte che trasforma la sua canonica in «ufficio d'arruolamento della IV brigata Garibaldi», don Gaggero a Genova al quale fa capo il CLN locale. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Ci sono anche quelli che assumono direttamente il comando delle formazioni partigiane come «don Pietro» nella provincia di Massa-Carrara e «don Carlo» in quella di Reggio Emilia. Sono questi gli esempi più avanzati, alcuni d'eccezione, ma è indubbio che la gran massa del clero basso si dimostrò favorevole, e non solo a parole, alla Resistenza.

(Fonte: ANPI Lissone)



Ultimo aggiornamento (Venerdì 18 Novembre 2011 14:01)