I Fumetti della Resistenza

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Indice
Sessantesimo anniversario della fucilazione di Salvatore Principato
Unità del 10 agosto 2004
Tutte le pagine

di Filippo Acquachiara

Salvatore Principato La vita di alcuni uomini riesce a marcare la differenza tra la civiltà e la barbarie, tra la libertà e la dittatura, tra la giustizia e la sopraffazione, tra l'uguaglianza e il razzismo, tra l'odio per la differenza e la fraternità senza remore.
Sono le vite di uomini giusti e liberi. Questi uomini sono numerosi. Non sappiamo quanti. Circostanze e condizioni particolari li espongono a notorietà che non hanno cercato. Un destino tantissimi di loro accomuna: dopo una iniziale notorietà data da un fatto eccezionale, per generosità, per genialità, segue il silenzio, la dimenticanza. Anche quando queste vite non sono seppellite nell'oblio, se ne ha una conoscenza povera, se ne ignora la ricca storia personale, diventano un nome, qualche volta di una via cittadina.
Questa città che ha eretto monumenti colossali a generali, più modesti alle vittime delle guerre del Novecento, solo qualche via ha dedicato ad alcuni uomini che per tutti morirono e che qui nacquero, qui si formarono giovani, altrove furono giusti, eroici, saggi e generosi.
La storia che di alcuni di essi si ignora, sarebbe prezioso insegnamento per vecchi e giovani. La memoria, spesso è trama troppo larga per contenere anche ciò che non solo sarebbe utile, ma doveroso.
Vi sono cittadini piazzesi che mi inorgoglisce siano nati e cresciuti nella mia città e che per la libertà di tutti, la democrazia, la giustizia sociale, la libertà combatterono la guerra di resistenza contro il fascismo prima e contro i nazisti loro alleati poi: Calogero Minacapilli, comunista, meccanico che fu condannato a 4 anni e 4 mesi di carcere dal Tribunale Speciale nel 1928; Giuseppe Pietro La Marca, Ammiraglio, medaglia d'oro, Angelo Lionti, fu resistente a Roma, imprigionato a Regina Coeli, torturato, condannato a morte dai nazifascismi, vice brigadiere dei Carabinieri, medaglia d'argento, per fortuna vivente, Gaetano Fuardo, colonnello dell'esercito operò a Bologna, Saverio Libero Arcurio, comandante partigiano a Roma, Salvatore Milazzo, vivente, soldato semplice, partigiano nelle montagne piemontesi e Salvatore Principato, insegnante, socialista, partigiano, fucilato da fascisti italiani per ordine del comandante nazista della polizia a Milano il 10 agosto 1944 a Piazzale Loreto con altri 14.
La figlia Concettina racconta:
«Mio padre, Salvatore Principato nacque a Piazza Armerina (Enna) il 29 aprile 1892. La società nella quale aveva trascorso la giovinezza era piena di contraddizioni e la condizione popolare risentiva di quel clima che la storia del tempo ci tramanda. Apparteneva alla classe della borghesia benestante proprietaria terriera e sentì che voleva stare dalla parte di coloro che portavano il peso di quelle contraddizioni, e fu tra quelli che rivendicavano condizioni per migliorare la vita di chi lavorava duramente. Appena ventenne partecipò con un gruppo di giovani alla richiesta di un miglioramento nei sistemi di trasporto che collegavano i paesi tra loro. L'impresa di trasporti di Russo Nunzio opponeva una resistenza ostinata a questo rinnovamento e tra il 22 e il 23 novembre 1911 la popolazione insorse: una carrozza trascinata in Piazza Garibaldi fu demolita e un'altra data alle fiamme. I giovani "agitatori" furono tutti processati (erano una decina e fra questi Salvatore Principato) e tutti assolti grazie alla solidarietà della gente che testimoniò a loro favore».
Frequenta dal 1903 al 1907 la scuola tecnica nella quale sceglie l'indirizzo agrario; nel 1909 comincia a frequentare la Scuola Normale, il corso "promiscuo" vale a dire misto, il primo autorizzato in Italia. Nel 1913 ottiene il Diploma di licenza normale (oggi si direbbe diploma magistrale)
Continua il racconto della figlia:
«Consegui il diploma di maestro elementare alla scuola Normale di Piazza Armerina e si iscrisse al perfezionamento a Milano, scuola che non potè frequentare per lo scoppio della prima guerra mondiale.
Aveva cominciato a insegnare a Vimercate (Milano) nel 1913 e insieme a Ferrari (che veniva da un piccolo paese dell'Emilia), Riccobene e Pappalardo, siciliani, costituì un gruppo di maestri socialisti.
Aderi al gruppo dei non interventisti, ma richiamato fra i primi si trovò sul fronte. Volle essere fante in trincea, compagno di coloro che affrontavano i maggiori disagi. Con un'azione eseguita in proprio, catturò un gruppo di soldati nemici, per evitare un massacro di esseri umani, che, come lui, rischiavano la vita per una guerra non voluta. Per questo, gli fu conferita la medaglia d'argento al valor militare e il grado di caporale. Conservo ancora un orologio che uno di questi soldati gli donò e che gli era assai caro.»
«Con la ripresa della vita civile emergevano e si esasperavano i contrasti che già avevano cominciato a manifestarsi prima della guerra ed erano rimasti sopiti durante il periodo del conflitto.
A Milano si uni ai socialisti e frequentò la casa di Filippo Turati e Anna Kuliscioff in Galleria Vittorio Emanuele. Là conobbe uomini che sarebbero stati sempre suoi "compagni di fede" come usava dire e ne condivise la linea politica riformista, seguendone le sorti. Nel 1919 aveva vinto un concorso a Milano e lasciati gli amici del paese che lo avevano accolto maestrino, insegnò prima al quartiere Comasina poi alla scuola di via Giulio Romano. Qui la realtà sociale era diversa da quella della campagna e seppe comprenderla entrando nella mentalità e nella realtà dei giovani operai cittadini e seppe farsi amare perché seppe farsi capire. Trasferì in sé la loro vita e trasferì in loro quelle nozioni indispensabili al loro vivere quotidiano. Nella scuola di via Giulio Romano conobbe una maestrina, Marcella Chiorri, che faceva "pratica" nella sua classe e che divenne sua moglie nel 1923»
«Quando a Milano cadde la democrazia per l'avvento del fascismo, continuò il suo insegnamento con il metodo che riteneva giusto non limitandosi alle sole nozioni che i programmi ministeriali imponevano, lo, che ero nata nel 1924 frequentai la scuola elementare Caterina da Siena, diretta dalla signora Saracchi e dove insegnavano le maestre Merlin, Faini, tutte socialiste.
Ci stavo bene, anche se ero esonerata dalla religione e non avevo la tessera di Piccola Italiana... Lo guardavo dal balcone della mia casa di via Gran Sasso 5, passeggiare su e giù con un vecchio signore avvolto in un nero mantello, una cravatta svolazzante e un cappellaccio calato sugli occhi. Seppi poi che era il vecchio Mataloni che abitava in via Garofalo. Me lo ricordo perché mia madre mi mandava al balcone per stare attenta a quando si salutavano... perchè doveva mettere "giù la pasta" e spesso si aspettava parecchio...
Alla domenica mattina mi portava con sé e si andava a trovare certa gente. I nomi che ricordo sono Bonazzi, Magrini, Cagnoli (di Parabiago), Benzoni (della Banca Popolare), Casati... Li vedevo confabulare, ma non stavo a sentire quello che dicevano, tanto non avrei capito niente. Con queste persone organizzò la fuga di Faravelli in Francia.»
«Alla ripresa della pubblicazione della rivista "Critica Sociale" (n. 1-2 febbraio-marzo 1977) dopo oltre un anno di interruzione per la morte di Giuseppe Faravelli (giugno '74), la moglie di S. Principato scrive il ricordo di un episodio della vita di allora.
Principato divide la vita quotidiana fra la scuola, la famiglia, la vita politica. Nel 1931, in seguito all'affare Moulin (un socialista belga venuto in Italia con un baule a doppio fondo contenente materiale di propaganda antifascista, inviato in Italia dal Comitato Centrale di Giustizia e Libertà di Parigi) nel quale era coinvolto il gruppo milanese, Faravelli è costretto a riparare all'estero, prima in Svizzera, poi in Francia, continuando qui la sua opera, collegato ai socialisti milanesi»
L'espatrio di Favarelli fu un ingegnoso lavoro cospirativo al quale partecipò Salvatore Principato in una missione diversiva "una gita verso Sondrio"
«Venne il 19 marzo 1933. Avevo solo nove anni ma quel giorno lo ricordo come se fosse ieri, forse anche perché in casa se ne parlò parecchio. Eravamo ancora a letto quando la polizia suonò il campanello del nostro appartamento al terzo piano di via Gran Sasso 5. Mia madre andò ad aprire ed entrarono due uomini che chiesero di mio padre, lo mi alzai piano piano e non mi resi conto di quel che stava succedendo: osservai come met-evano tutto all'aria, libri e cassetti. Una cosa fu subito certa per me: era la polizia, ma non eravamo ladri. Mia madre mi raccontò poi che era riuscita a far sparire degli opuscoli di propaganda, una pubblicazione socialista che mio padre aveva nella tasca interna del cappotto e delle lettere dei fuoriusciti francesi che buttò giù per il buco del gabinetto. Mi raccontò anche che scrivevano di notte con inchiostro simpatico a questi compagni che si trovavano in Francia e scriveva lei, perché aveva una calligrafia molto bella e facilmente leggibile. Gli indirizzi erano scritti a pezzi sugli stipiti delle porte. Mio padre fu condotto via e rinchiuso nel carcere di San Vittore. Ci avevano detto che lo conducevano via solo per chiarimenti, ma sulla tavola rimasero quel mezzogiorno le "cassatelle" che mia madre aveva preparato ugualmente e che sono dolci siciliani che per tradizione si preparavano per San Giuseppe...»
Fin quando fu in carcere a Milano la moglie Marcella e la figlia lo visitavano e gli portavano il cambio della biancheria. Poi fu trasferito a Roma a Regina Coeli dove stette per tre mesi, quindi, liberato, "gli venne tolto l'insegnamento serale".
La famiglia riprende la vita di sempre, egli continua l'attività di "cospiratore". La figlia ignora l'esattezza dell'attività, ne assorbe l'insegnamento anche per la pazienza che le suggerisce per le persecuzioni di una maestra fascista che la chiama "pera marcia" perché non iscritta come giovane italiana, esonerata dall'ora di religione, senza divisa di regime; le diceva che «Noi siamo da una'altra parte e questa parte la dobbiamo fare tutti, insieme».
Fu trasferito in una scuola nuova. Leonardo da Vinci, dove ebbe un direttore che lo stimava. Egli unico tra i maestri a non essere iscritto al Partito fascista, aveva alunni figli di gerarchi che quel maestro avevano scelto appositamente. Per le manifestazioni fasciste nelle quali era obbligatoria la divisa, il direttore lo mandava a svolgere compiti particolari fuori dalla scuola.
Con la famiglia sfollò a Vimercate, viaggiando ogni giorno per Milano. Alle notizie di espatri, di arresti, di assassini di compagni di Resistenza, la moglie pensò che forse un espatrio in Svizzera sarebbe stato un bene, dato che si intensificavano le notizie che era sotto sempre più stretta sorveglianza. Principato, come ricorda la figlia, non volle "lo considerava un tradimento per i morti, e se tutti vanno, chi resta?"
Continuò la sua attività di partigiano, usando i mezzi e le sapienze dei congiurati che sanno che possono cadere da un momento all'altro. Fu nel CNL della scuola, nel Comitato di Porta Venezia e tra Vimercate e Milano continuava a lavorare per la Resistenza utilizzando pure una sorta di officina dove lavorava la sera, ma che era un punto di riferimento per i partigiani. Per una delazione, probabilmente, il 7 luglio del 1944 fu arrestato e condotto nel carcere di Monza. Non perquisirono le case, ma a colpo sicuro trovarono i documenti nascosti.
La figlia ricorda:
«Mia madre andava dappertutto per avere notizie e per avere un colloquio. Ci dissero di parlare con un capo tedesco che abitava in una villetta a Monza e che era molto influente. Ci recammo là, infatti.
Come entrammo davanti a questo grasso individuo che portava una vistosa divisa nazista, il signore ci parlò in milanese.
Impietrite sulla sedia gli chiedemmo di mio padre e lui ci rispose, sempre in milanese, che non sapeva chi fosse questo Principato, ma che avevano preso uno, che era uno dei capi, gli avevano spaccato un braccio e che gliel'avrebbero fatta pagare cara. Senza parole venimmo via, ma avevamo un quadro disperato nel cuore. Ottenemmo il colloquio e lo vedemmo insieme ad altri (ricordo Soncini) in un sotterraneo del carcere di Monza. Il braccio era al collo, la barba lunga e non potemmo parlare altro che di sciocchezze, perché diversi fascisti erano alle nostre spalle con i mitra in mano. I primi di agosto si seppe che era stato trasferito al carcere di San Vittore a Milano (l'8) e non potemmo fare altro che portare il cambio della biancheria.»
Dal carcere scrive lettere serene alla moglie e alla figlia. Forse sa, forse presagisce. Scrive che «la tranquillità è la sua fida compagna».
All'alba del 10 agosto del '44, confortando i compagni, Principato con essi sarà fucilato.
Il nazista Theodor Emil Saevecke aveva ordinato la fucilazione e fascisti italiani la eseguirono in Piazzale Loreto impedendo che i corpi dei quindici assassinati venissero rimossi.
Nel racconto di Francesco Giordano "Omaggio alla memoria" (collocato nel corso della manifestazione di commemorazione della strage di Piazzale Loreto nel 1998) viene scritto "si avvicinò ancora nell'angolo dove c'erano le foto dei giovani partigiani uccisi, rilesse ancora i nomi, Poletti Angelo. Mastrodomenico Egidio. Galimberti Giovanni. Gasparini Vittorio. Soncini Eraldo. Temolo Libero. Del Riccio Renzo. Casiraghi Giulio. Fiorano Domenico, e questa volta si soffermò anche sull'età. Cristo quant'erano giovani!
No, non tutti erano giovanissimi, Salvatore Principato era nato nel 1892, quindi aveva 52 anni; era un insegnante ed è stato ucciso dopo essere stato torturato nelle carceri fasciste, infatti dopo la morte hanno riscontrato che aveva un braccio rotto ed un occhio tumefatto.
Poi cos'è che c'è scritto ancora? "Alcuni presenti all'infame eccidio affermano di aver visto il buon Principato incoraggiare, nel momento estremo, le povere vittime allargando le
braccia e pronunciando le parole: Coraggio è questione di pochi istanti".
ora la attenzione si porta su un foglio bianco scritto a mano. Avvicinandosi ancora di più capisce che si tratta di una poesia dedicata ai partigiani uccisi dal titolo "Ai quindici di piazzale Loreto", scritta da S. Quasimodo.


La legge lentamente, incuriosito per come un poeta può trattare un fatto del genere:

Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafe,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d'un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell'ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano:
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora nelle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe;
la morte non dà ombra quando è vita.

In queste parole sentì il valore della vita delle giovani e non più giovani persone che la
sacrificarono per un ideale di libertà. Ovvero l'idea si univa indistinguendosi con la carne lacerata dai colpi e dalle offese dei criminali fascisti"
Con il 25 aprile 1945 si apre la vita italiana rinserrata per un ventennio nella soffocante prigione del regime fascista. Si possono onorare apertamente i morti per la libertà, disseminati in ogni luogo d'Italia
Per Salvatore Principato le commemorazioni non solo a Milano dove la sua vita e la sua opera sono conosciute e ricordate con orgoglio e dolore da compagni, amici, alunni, anche a Piazza Armerina la parte più progressista e democratica ne onora la memoria.
Il 10 agosto 1946 viene intitolata al suo nome la via che si chiamava Mazzarino. Scelta non casuale, ma volutamente evocativa della partecipazione di Principato diciannovenne all'antica "rivolta delle carrozze" una delle quali fu precipitata proprio in quella via.

Gli uomini che lo conobbero giovane e che ne condivisero gli ideali si raccolsero in quella occasione ascoltando la commemorazione che ne fece l'avv. Carlo Arena che, certo con commozione, parla di Salvatore di cui aveva letto alcune lettere di grande serenità e di fede nella giustizia inviate alla sorella dal carcere di Regina Coeli e dice che in quello stesso giorno a Milano si scopriva la lapide nell'abitazione di Principato. Alla fine dice della "Sua figura di uomo retto e coerentee mentre ci riempie di orgoglio il fatto che Piazza gli abbia dato i natali, per altro, il suo sacrificio che viene ad unirsi al sacrificio di altre migliaia di uomini, ci induce a sperare in un mondo migliore".
Colpisce che tra tanti che saranno stati presenti, come afferma Bruno Arcurio in una lettera alla moglie di Principato, alcuni siano i protagonisti del futuro politico immediato della città: Arena, Novello, Arcurio, per es. Diversi, poi, emigreranno per il loro futuro.
La lapide che ricorda Principato"La lapide affissa alla casa dove Salvatore Principato viveva con la moglie Marcella Chiorri e la figlia Concettina fu posta subito dopo il 25 aprile 1945, grazie al contributo spontaneo di oltre cinquanta cittadini, che versarono chi 10 chi 1000 lire, in un esemplare concorso di solidarietà e riconoscenza."
«Divise la sua vita tra l'insegnamento e l'impegno politico, l'uno a completamento dell'altro ed entrambi finalizzati al progetto socialista di realizzare un mondo dove alle ingiustizie sociali e ai pregiudizi culturali subentrassero i principi di solidarietà, equità e giustizia. Fu avversario dichiarato di ogni forma di violenza».
Così si esprime il nipote Massimo Castoldi.
E' possibile che da un nome orecchiato per anni di una via si possa risalire alla storia e alla attualità ricavandone un sorprendente beneficio di educazione civile e conoscenza? Di più, che dalla storia che ha avuto protagonista Salvatore Principato possiamo ricevere il conforto di una conferma che i suoi ideali sono ancora vivi e sono i nostri?
Allertare le coscienze dei democratici, dei liberi è sempre un bene e meglio se il richiamo è affidato a figure belle, giuste, libere e vive come quella di Salvatore Principato
Documenti e notizie si leggono nell'opuscolo Due scelte in tempi difficili: Mino Micheli ­ Salvatore Principato, a cura di Concettina Principato e Giovanni Patti (Milano 1985), una copia del quale è conservata alla Biblioteca Nazionale Braidense; nelle note del nipote Massimo Castoldi; nel racconto di Francesco Giordano OMAGGIO ALLA MEMORIA (www.laperquisa.it); in I. Nigrelli (a cura di), Per non dimenticare. Testimonianze di reduci della Seconda Guerra Mondiale, Progetto di Italia Nostra e Università Popolare del Tempo Libero di Piazza Armerina in collaborazione col Distretto Scolastico n. 27, Piazza Armerina, 1999.