I Fumetti della Resistenza

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L' imputato era Vincenzo Azzolini, il governatore della Banca d' Italia: a lui i tedeschi imposero di consegnare la nostra riserva aurea. Storia di un "grand commis" dello Stato, travolto dall' 8 settembre.

La condanna: trent' anni di prigione per le 117 tonnellate di metallo prezioso spedite al Nord. Ma la sentenza suscitò grandi discussioni. E Paolo Baffi avrebbe commentato: "Così la giustizia poneva fine alla sua carriera come l' avrebbe posta, 35 anni dopo, alla mia"

 

Azzolini  Vincenzo governatore della Banca d'ItaliaL' Alta Corte di Giustizia entrò senza preamboli nella settecentesca sala riunioni dell'Accademia dei Lincei, al secondo piano di Palazzo Corsini. Erano le 12,35 di sabato 14 ottobre 1944. Vincenzo Azzolini, quasi sessantatrè anni, da tredici governatore della Banca d' Italia, attendeva in piedi, le mani appoggiate sul tavolo, pallido, ma calmo. Bazza larga, da prelato, capelli grigi, baffetti a fior di labbra, occhiali a stanghetta e, all'occhiello, il distintivo di una medaglia d' argento, sapeva di rischiare la vita. L' imputazione era infatti gravissima. Pendeva su di lui l' accusa di aver "posteriormente all' 8 settembre 1943 in Roma collaborato con il tedesco invasore, facendo al medesimo la consegna della riserva aurea della Banca d' Italia". Ed il clima politico sociale non gli era certo favorevole, con una popolazione ancora dolente e bramosa di vendetta per le ferite dell'occupazione nazista. Nel silenzio e nella trepidazione generali, sotto la spada di Damocle della pena capitale, il presidente Lorenzo Maroni . a sua volta da ambienti di destra indicato come cripto fascista . diede lettura del verdetto: con le attenuanti generiche, trent' anni di reclusione. Alle 12.36 era tutto finito. L' imputato veniva trasferito a Regina Coeli e di lì al reclusorio di Procida. L' episodio è oggi dimenticato, ma a quei tempi il governatore Azzolini era un personaggio assai noto, non foss' altro perchè la sua firma compariva su tutte le banconote del Regno. Era uno dei grandi commis dello Stato, con alle spalle un cursus honorum importante. Nato a Napoli nel 1881, si era qui laureato in giurisprudenza, con una tesi in scienza delle finanze (relatore Francesco Saverio Nitti). L' economista Giorgio Mortara lo ricorda come un ragazzo "molto serio e studioso, ma, al contrario di certi sgobboni, simpatico perchè buono, modesto e sempre pronto al sorriso". Entrato nel 1905 al ministero del Tesoro, aveva percorso tutti i gradi della carriera fino ad essere nominato direttore generale nel 1927, su proposta dell'allora ministro Giuseppe Volpi di Misurata. Un anno dopo fu chiamato alla direzione generale della Banca d' Italia . sotto il mitico governatore Bonaldo Stringher . scavalcando candidati interni come il vicedirettore generale Niccolò Introna. Finalmente, il 10 gennaio 1931, alla morte di Stringher, Azzolini veniva eletto governatore. Sui suoi tredici anni di "regno" il giudizio è ancora sospeso. Sotto l' aspetto tecnico, dette un contributo alla soluzione di problemi gravi, come il salvataggio dei grandi istituti di credito nei primi anni ' 30, la difesa della lira, l'emanazione della legge bancaria, il controllo dell'inflazione durante la guerra. Grazie al suo impulso, fu potenziato il servizio studi della banca. Paolo Baffi ne aveva un' eccellente opinione, ma Malagodi ebbe a definirlo un "funzionario sbiadito". In politica fu fascista, per scaro coraggio e per incapacità critica oltre che naturalmente per gusto del potere, come la maggior parte della classe dirigente di quel periodo. Per cui non vi è da scandalizzarsi se abbondano le sue immagini in orbace: purtroppo in varie occasioni andò apparentemente oltre il dovuto, con un' ambiguità e uno zelo degni di miglior causa. Ad esempio, era proprio necessario segnalare nel marzo del ' 37 a Mussolini (un anno prima delle leggi razziali) . "pensando che possa essere non del tutto privo di interesse per l' E.V." . alcuni articoli violentemente antisemiti apparsi sulla stampa tedesca? Ma veniamo alle vicende dell'oro, che dovevano costare tanto care al governatore. L' armistizio proclamato l' 8 settembre 1943 e il precipitoso abbandono della capitale da parte del re e di Badoglio lasciarono nell' incertezza piu' totale anche il vertice della Banca d' Italia. Era ovvio che i tedeschi avrebbero cercato di impossessarsi della riserva aurea, allora ammontante a 117 tonnellate di metallo (oggi sono circa 500). Per prima cosa furono messi in salvo i gioielli della Corona, depositandoli a nome di privati presso la filiale della banca in piazza del Parlamento. Per l' oro, dopo giorni di ansie e discussioni, fu deciso di nasconderne metà circa in un' intercapedine che correva attorno alla sacrestia centrale. La notte del 19 settembre, un gruppi di fidati operai effettuò il trasferimento, murando la porticina d' accesso. L' indomani, però , l' ambasciata tedesca chiese perentoriamente che l' oro venisse consegnato e che l' amministrazione centrale della banca fosse spostata al Nord. Riunitosi d' urgenza, il direttorio accettò all'unanimità il parere di Azzolini, secondo cui era vano resistere alla protervia nazista. Così il muro ancor fresco venne abbattuto e in due riprese, il 22 e il 28 settembre, l' intera riserva aurea prese la via di Milano, per poi essere di nuovo trasportata in dicembre altrove, e precisamente a Fortezza, in Alto Adige, territorio sotto la giurisdizione dei tedeschi. Quanto al trasferimento della banca al Nord, l'irresoluto Azzolini, di sentimenti però anti germanici, adottava una tattica dilatoria, adducendo difficoltà logistiche. Un piccolo distaccamento fu costituito a Moltrasio, sul lago di Como, mentre il governatore riusciva a rinviare la propria venuta fino ai primi di gennaio del ' 44. A Roma rimaneva il vicedirettore Introna, perchè il direttore generale Giovanni Acanfora, ex ministro badogliano ricercato dai repubblichini, si era eclissato. Tra l' altro anche Azzolini correva dei seri pericoli, senza saperlo, in quanto il duce, fra i documenti abbandonati dopo la fuga del re, si era trovato fra le mani un telegramma di congratulazioni del governatore a Badoglio dopo il 25 luglio (lo si recuperò alla fine della guerra nalla famosa "valigia di Mussolini"). Ma, pur nelle difficoltà del momento, Azzolini riusciva a cavarsela e, dopo aver cercato di rimanere al Nord il minimo tempo possibile, verso la fine di aprile riparava nella capitale, nascondendosi il 3 giugno nell' imminenza dell'arrivo degli alleati. Una settimana dopo era interrogato dal colonnello Pollock, della polizia britannica, garantendo la propria reperibilità . E il 1 di agosto veniva arrestato per ordine dell'"Alto Commissario aggiunto per la punizione dei delitti del fascismo", Mario Berlinguer (padre di Enrico). Il processo, seguitissimo, iniziava il 9 ottobre. Pubblico ministero, Sinibaldo Tino, fratello del futuro presidente di Mediobanca, Adolfo. A rappresentare la Banca d' Italia come parte civile era invece il settantacinquenne valdese Niccolò Introna, nominato commissario dell'istituto alla liberazione di Roma. A parte alcune terribili gaffes . un testimone della difesa faceva per errore il saluto fascista e lo stesso Azzolini si rivolgeva all' Alta Corte chiamandola Tribunale Speciale (quello dei crimini contro il fascismo) . l' imputato non mancava di argomentazioni. Si appellava allo stato di necessità ; sosteneva che comunque i nazisti avrebbero potuto trovare fra le carte del nostro Stato Maggiore l' esatta descrizione dell'ammontare dell'oro e che solo grazie alle sue insistenze 23 tonnellate erano state restituite alla Banca dei Regolamenti Internazionali e alla Banca Nazionale Svizzera; vantava la non iscrizione al fascio repubblichino e l' aiuto effettivamente fornito ad alcuni ebrei dipendenti della banca, come Giuseppe Nathan (figlio dell'ex sindaco di Roma, Ernesto), o semplicemente consulenti, come Giorgio Mortara. Ma tutto ciò non gli valse ad evitare la condanna a trent'anni, con una sentenza che suscitò notevole emozione nel mondo economico italiano. Raffaele Mattioli, amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana, ne fu sconcertato; Diego Stringher, figlio di Bonaldo, diede addirittura le dimissioni da sindaco della Banca d' Italia; Giorgio Mortara manifestò pubblicamente la propria solidarietà ; Paolo Baffi volle piu' tardi scrivere che "la giustizia" poneva drammaticamente fine alla carriera di Azzolini, come l' avrebbe posta, trentacinque anni dopo, alla mia". Giudizi forse troppo generosi, che attendono ancora una seria verifica storiografica, anche se nel caso specifico dell'oro non vi era probabilmente possibilità di resistere. Fatto sta che il governatore dovette subire l' onta di quasi due anni di carcere, per poi profittare dell'amnistia Togliatti nel settembre del ' 46. Ma, ad onor del vero, nel febbraio del ' 48 la Corte di Cassazione annullò la sentenza di primo grado perchè il fatto non costituiva reato. Isolato e, a quanto pare, senza mezzi il vecchio governatore trovò comunque il conforto e l' assistenza di alcuni amici ed estimatori. Ottenne così la presidenza della finanziaria Cofina (del gruppo La Centrale), tramite l' industriale elettrico Luigi Bruno, e quella della fiduciaria Spafid, controllata da Mediobanca, tramite Enrico Cuccia. Si spense a 85 anni nel 1967. E l' oro? A Fortezza ne fu ritrovata una minima parte, restituita in pompa magna dagli alleati nel 1945, ma il grosso era stato trasferito in Germania e occultato nelle miniere di sale di Marken. In base ad un accordo internazionale stipulato a Parigi nel 1946, confluì in un pool e fu ripartito pro quota fra tutti i Paesi spogliati dai nazisti.

Gerbi Sandro

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(13 ottobre 1994) - Corriere della Sera