I Fumetti della Resistenza

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Il caso della "Piave"

icona pdf(saggio di Francesco Piazza - tratto da ANNALE n. 3 - Veneto e Resistenza tra 1943 e 1945 - edito da Centro Studi Ettore Luccini -)


La Resistenza fu un fenomeno – dal punto di vista politico, militare, ideale – molto complesso e articolato, che di fatto smentisce i suoi “mitizzatori”, i quali non hanno riflettuto sul messaggio pirandelliano dello sfaccettarsi della verità: e che quindi non può esistere la verità, una sola e definitiva verità, per una pagina di storia europea, italiana e veneta così carica di tensioni, passioni e modi diversi di opporsi e di intendere la lotta contro il nemico nazifascista.
Mitizzare il movimento resistenziale e negare la complessità di esso significa, ovviamente in maniera involontaria, dare materia a quel revisionismo storiografico che, secondo Silvio Lanaro (1), persegue tre scopi:

  1. «dimostrare che l’antifascismo è una proposizione subordinata dall’ideologia comunista e che sul piano dell’azione pratica ne subisce l’assoluto predominio»;
  2. «contestare l’idea secondo cui il movimento partigiano ha contribuito in modo decisivo alla liberazione dei popoli invasi dalla Germania»;
  3. «svalutare il carattere nazionale della Resistenza riducendola a lotta di fazione (o di fazioni in lotta fra loro) per la conquista del potere alla fine della guerra».

Ci pare che, a proposito di questo terzo scopo, Lanaro non neghi che vi fu anche questo, cioè la lotta tra fazioni. Infatti, dispute e lotte tra fazioni vi furono, in special modo tra le formazioni garibaldine e quelle autonome: caso esemplare, i rapporti conflittuali tra la divisione garibaldina “Nannetti” e la brigata autonoma “Piave”. Ma dall’esistenza di questi conflitti non si deve trarre la conclusione sbagliata che la Resistenza fu soprattutto questo; al contrario, fu primariamente la lotta per la conquista o riconquista – a seconda dei punti di vista politico-ideali – della libertà contro i tedeschi e i fascisti di casa nostra.

Ciò significa che non si può, sotto i rispetti strettamente storiografici, e non si deve, sotto i rispetti dell’uso pubblico che inevitabilmente si fa della storia della Resistenza, ignorare il contributo importante che le “formazioni autonome” diedero al movimento di Liberazione. D’altra parte, ciò mi pare sia espressamente sollecitato da un intelligente uomo di parte, Giorgio Amendola, secondo il quale «dire che la Resistenza fu soltanto rossa, vuol dire negare l’ampiezza delle altre forze che vi parteciparono anche se in forme molto varie » (2). E in queste altre forze rientrano naturalmente anche le formazioni resistenziali autonome.

In senso lato, si possono considerare autonome tutte quelle formazioni che non hanno un preciso riferimento politico-partitico e che operano in un sostanziale isolamento politico-militare, conducendo, di fatto, una sorta di guerra privata contro i nazifascismi. Se si adotta quest’ottica, in verità piuttosto generica, si possono considerare autonome diverse formazioni partigiane, tra le quali ricordiamo, a mo’ di semplici esempi, le seguenti:

a) la divisione “Pasubio” di Giuseppe Marozin “Vero”, protagonista controversa della lotta di liberazione tra il veronese e il vicentino, e sola grossa formazione partigiana decimata e dispersa dai rastrellamenti nazifascisti nella tarda estate del 1944; riferimenti bibliografici possono essere gli scritti di Lorenzo Rocca e Mauro Passarin concernenti la Resistenza nelle province di Verona e Vicenza (3) e di Ernesto Brunetta (4);
b) la formazione guidata dal colonnello Angelo Zancanaro e operante nel feltrino. Dell’esistenza di tale formazione dà notizia una nota del SIM (Servizio Informazioni Militari) del 28 luglio 1944, quando già Zancanaro era stato scoperto e ucciso dai tedeschi (19 luglio 1944); informazioni sull’attività di tale compagine le fornisce Ferruccio Vendramini (5);
c) la banda di Mario Min, personaggio alieno da ogni spirito di subordinazione politicomilitare al CLN e attore di numerosi attacchi ai fascisti nelle zone di Solighetto e Refrontolo.

Su Min e la sua banda, opere di riferimento sono quelle di Lino Masin (6), Ernesto Brunetta (7), Clemente G. Gaja (8) e Francesco Piazza (9). Ora, è di tutta evidenza che se si adotta un criterio selettivo molto ampio, numerose altre formazioni partigiane, oltre a quelle più sopra indicate, possono essere considerate “autonome”; se invece usiamo un criterio ristretto, ci pare di poter dire che la sola formazione autonoma veneta sia la “Brigata Piave”.

Infatti, è la sola formazione che presenti sue proprie caratteristiche (afferenti all’organizzazione, alla linea ideale, alla simbologia, ai nomi, al comportamento, ecc.), vere e proprie anomalie se rapportate a quelle delle formazioni che facevano riferimento ai partiti del CLN (ad esempio, nella “Piave” il Commissario non era l’indottrinatore politico, bensì il prezioso collaboratore del Comandante nel reperire e distribuire l’occorrente – armi, vettovagliamento, ecc. – per i combattenti della formazione), anche se ciò non la ridusse ad una posizione di isolamento rispetto ad esse; anzi, in alcune importanti circostanze – ad esempio nella vicenda dei rastrellamenti sul Consiglio dell’estate del 1944 – collaborò con formazioni politicizzate.

La “Piave” fu e rimase per tutti i venti mesi della lotta di Liberazione una formazione “apolitica”, nel senso che, per scelta dei suoi leader, non volle legarsi ad alcun partito; e anche quando, dall’autunno del 1944, chiese ed ottenne la protezione della DC non perse la sua autonomia decisionale e comportamentale, essendo la richiesta di protezione finalizzata ad ottenere qualche finanziamento dal CLN; d’altra parte, la formazione di Francesco Gava “Olivi” – che ne fu il fondatore e primo comandante – aveva come sola linea ideale quella di combattere il nazifascismo, il teutonico invasore negatore della libertà e della dignità degli uomini.

In quest’ottica trova esauriente spiegazione il fatto che i combattenti della “Piave” preferissero chiamarsi patrioti e non partigiani e che avessero utilizzato come simbologia il fazzoletto azzurro, cioè di quel colore ch’era diventato nel tempo il simbolo delle tradizioni militari italiane. Insomma, il nome prescelto (Piave), il chiamarsi patrioti e l’aver adottato il colore azzurro indicavano in modo palese quale fosse il significato vero della lotta condotta dagli uomini di Gava: la continuazione della quarta guerra d’indipendenza, avendo contro il medesimo nemico germanico (anche se, questa volta, aiutato dai fascisti italiani), in una prospettiva “nazionale e patriottica”, viepiù sottolineata dall’uso delle stellette dell’Esercito Italiano, col conseguente rifiuto dell’esercito di Salò, ovviamente considerato come traditore della Patria.

Nota, infine, assolutamente originale della “Piave” fu la sua struttura di Comando che si realizzò – ma di cui furono a conoscenza non più di quattro cinque persone – dopo che Gava rassegnò le dimissioni da Comandante: un comando ideativo-strategico (rappresentato dal nuovo comandante Guido Bolzan “Mariotti”, confortato dai suggerimenti che Gava gli dava) e un comando tattico-operativo (rappresentato dal Vicecomandante Oddone Saccon “Astorre”). Per quanto concerne i riferimenti bibliografici concernenti la brigata Piave, oltre al già ricordato volume di C.G. Gaja “Gimmi” (Brigata Piave. Episodi…), è da citare un altro libro di memorie, quello di Giuseppe Cecchinel “Olivieri” (10). Qualche notizia sulla “Piave”, senza giudizi critici, si trova nei libri di Abramo Floriani (11) e di Antonio Della Libera (12), nonché nel diario di mons. Camillo Carpené (13).

Giudizi critici negativi sulla “Piave”, accusata di attesismo e di scarsa partecipazione alla lotta resistenziale, compaiono nei libri di Ives Bizzi (14) e di Giuseppe Landi (15). Si tratta di giudizi e pregiudizi arrivati fino ad oggi e che nascono dall’idea che tutto ciò che nel movimento di Liberazione non sia riconducibile allo schema della rivoluzione sociale è da giudicare come non significativo o addirittura nemico. In realtà, la partecipazione della “Piave” alla Resistenza fu significativa, com’è peraltro sottolineato dai suoi quasi quaranta caduti. Non aliene da annotazioni negative sulla vicenda della “Piave” sono le pagine che dedica ad essa Ernesto Brunetta nella sua Storia di Conegliano (16), mentre in una più recente opera (17) egli dà spazio anche alle ragioni della formazione di Gava su qualche episodio che la vide protagonista.

Ci pare di poter concludere dicendo che la mancanza di uno studio critico dedicato esclusivamente alla “Piave” ha fatto si che fino ad oggi si siano considerate come “verità” solamente delle versioni di parte, mentre uno studio attento e completo delle carte, dei fatti, delle testimonianze ha dato sia la prova che la “Piave” partecipò attivamente e con merito alla Resistenza sia che la lotta di Liberazione fu un fenomeno complesso e che ebbe il merito di esprimersi in forme diverse, assicurando – e la cosa non fu di poco conto – alla riconquistata democrazia una pluralità di voci e di orientamenti ideali. Ed è ciò che abbiamo cercato di evidenziare nel nostro già citato volume sulla brigata Piave (18).

Note

 

  1. S. LANARO, L’idea di contemporaneo, in AA.VV., Storia contemporanea, Roma, Donzelli, 1997, p. 626.
  2. G. AMENDOLA, Intervista sull’antifascismo, a cura di P. Melograni, Bari, Laterza, 1976, p. 175.
  3. Si trovano in AA.VV., Il Veneto nella Resistenza, Vittorio Veneto, De Bastiani, 1997.
  4. Dal fascismo alla Liberazione, Treviso, 1976.
  5. La resistenza nella provincia di Belluno, si trova in AA.VV., Il Veneto..., cit.
  6. La lotta di Liberazione nel Quartier del Piave e la Brigata Mazzini 1943-45, 2a ed., con pref. di L. Vanzetto, Treviso, Istresco-Anpi, 1996.
  7. Dal consenso all’opposizione, Treviso-Verona, Istresco-Cierre, 1995.
  8. Brigata Piave. Episodi di lotta e di umanità nella resistenza, Vittorio Veneto, 1970.
  9. Portavano il fazzoletto azzurro. La brigata autonoma “Piave” nella Resistenza trevigiana, Treviso-Verona, Istresco-Cierre, 2000.
  10. Ricordi di vita partigiana nella Brigata Piave, 1977.
  11. La Diocesi di Vittorio Veneto nella Resistenza, Vittorio Veneto, 1977.
  12. Sulle montagne per la libertà, Vittorio Veneto, 1987.
  13. Ombre e luci, a cura di A. Floriani, Vittorio Veneto, 1969.
  14. Il cammino di un popolo, Treviso, 1975.
  15. Rapporto sulla Resistenza nella Zona Piave, Milano, 1984.
  16. Padova, 1989.
  17. Dal consenso all’opposizione … cit.
  18. Portavano il fazzoletto azzurro…cit.

 

Altre Formazioni Autonome (chiamati anche azzurri)

 

  • 9^ Divisione Autonoma "De Vitis" - ZONA "SUSA-CHISONE"
  • 10^ Divisione Autonoma "Val Chisone" - ZONA "SUSA-CHISONE"
  • 6^ Divisione Autonoma "Alpi" - ZONA "MONFERRATO-LANGHE"
  • 5^ Divisione Autonoma "Monferrato" - ZONA "MONFERRATO-LANGHE"
  • 3^ Divisione Autonoma "Alpi" - ZONA "CUNEO OVEST"
  • 1^ Divisione Autonoma "Langhe" - ZONA "MONREGALESE-LANGHE"
  • 2^ Divisione Autonoma "Langhe" - ZONA "MONREGALESE-LANGHE" - Piero Balbo - Enrico Martini comandante generale
  • 4^ Divisione Autonoma "Alpina" - ZONA "MONREGALESE-LANGHE"
  • 03^ Brigata Autonoma "Amendola" - ZONA "MONREGALESE-LANGHE"
  • 104^ Brigata Autonoma "Bra" - ZONA "MONREGALESE-LANGHE"
  • 2^ Divisione Autonoma "Patria" - ZONA "ALESSANDRIA"