I Fumetti della Resistenza

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16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

Prima pagina :: Notizie :: Addio a Barbareschi, prete «ribelle per amore»

barbareschiProtagonista della Resistenza cattolica si è spento all’Istituto Palazzolo a 96 anni.
La camera ardente, in via Statuto 4 a Milano, sarà aperta al pubblico sabato 6 e domenica 7 ottobre dalle 10 alle 18. 
I funerali saranno celebrati lunedì 8 ottobre alle ore 11 a Milano nella chiesa S. Pio V e S. Maria di Calvairate (via Lattanzio, 60).

Biografia

Sacerdote ambrosiano, protagonista dell’antifascismo cattolico tra i preti «ribelli per amore», Giusto tra le nazioni e Medaglia d’argento della Resistenza, monsignor Barbareschi era nato a Milano l’11 febbraio 1922. Prima di essere ordinato presbitero, assieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio e Dino Del Bo, partecipò agli incontri che portarono alla fondazione de Il Ribelle, giornale che «esce quando può» (26 numeri in totale), malgrado gli enormi rischi sia per stamparlo, sia per distribuirlo. Oltre a questa attività si impegnò con le Aquile randagie e l’O.S.C.A.R. (Opera Soccorso Cattolico), per portare in salvo in Svizzera ebrei, militari alleati e ricercati politici.
Il 10 agosto 1944, ancora diacono, fu incaricato dal cardinale Alfredo Ildefonso Schuster di andare a impartire la benedizione ai partigiani uccisi in piazzale Loreto. Tre giorni dopo (13 agosto) venne ordinato sacerdote e celebrò la sua prima messa il 15 agosto; la notte stessa fu arrestato dalle SS, mentre si stava preparando per accompagnare in Svizzera alcuni ebrei fuggitivi. Restò in prigione fino a quando il Cardinale non ne ottenne la liberazione. Quando in seguito si presentò a lui, Schuster si inginocchiò e gli disse: «Così la Chiesa primitiva onorava i suoi martiri. Ti hanno fatto molto male gli Alemanni?».
Dopo qualche giorno don Barbareschi partì per la Valcamonica, aggregandosi alle Brigate Fiamme Verdi e divenne cappellano dei partigiani. Dopo essere stato arrestato, fu portato nel campo di concentramento di Bolzano, da dove riuscì a fuggire prima di essere trasferito in Germania. Ritornato a Milano divenne il “corriere di fiducia” tra il Comando alleato e quello tedesco durante le trattative per risparmiare la città da rappresaglie. Dal 25 aprile 1945, su mandato del cardinale Schuster, si adoperò per evitare rappresaglie contro i vinti.
Conseguita la licenza in Teologia nel 1944 e la laurea in Diritto canonico nel 1948, nel dopoguerra tornò all’attività pastorale e all’insegnamento di religione nelle scuole medie superiori. Grande amico di don Carlo Gnocchi, lo aiutò nella sua opera e divenne il suo curatore testamentario. Assistente della Fuci maschile di Milano dal 1957 al 1965, dal 1965 al 1987 diresse la Casa alpina “Alpe Motta”. Nel 1981 divenne Giudice del Tribunale ecclesiastico regionale lombardo. Dal 1986 al 1995 presiedette l’Istituto diocesano per il Sostentamento del clero. Tra i fondatori della Fondazione Giuseppe Lazzati, fu membro del Consiglio di amministrazione dal 1992 al 2000. Dal 1995 al 2011 collaborò con la Formazione permanente del clero e dal 1997 al 2000 fu membro del Consiglio di amministrazione delle Scuole Cardinal Ferrari.
Fu legato al cardinale Carlo Maria Martini da sentimenti reciproci di stima e di affetto e collaborò con lui nell’organizzazione della Cattedra dei non credenti. Nel 2012 il Corriere della Sera rese pubblico on line un video nel quale don Barbareschi intervistava Martini nel 50° anniversario dall’apertura del Concilio Vaticano II. In quell’occasione il Cardinale disse: «Mi pare che don Barbareschi, che stimo e apprezzo da tanti anni come patriarca, sia in diocesi rappresentante della tradizione e questa sia un’occasione per rendergli omaggio. Grazie».
Prelato d’Onore dal 1994, nel 2011 fu insignito dell’Ambrogino d’oro, la massima onorificenza civica di Milano.

(fonte: Chiesa di Milano - Il portale della Diocesi Ambrosiana)

il ribelle - Periodico clandestino della Resistenza
 

Roberto Cenati Presidente ANPI Comitato Provinciale di Milano

Esprimo a nome dell'ANPI Provinciale di Milano profondo cordoglio per la scomparsa di Monsignor Giovanni Barbareschi, Ribelle per amore, Medaglia d'argento della Resistenza, avvenuta nel pomeriggio di giovedì 4 ottobre. 
Don Giovanni Barbareschi è stato tra i protagonisti del giornale clandestino cattolico “Il Ribelle”, uscito tra il 1943 e il 1945, alla redazione del quale parteciparono Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, Claudio Sartori e lo stampatore Franco Rovida. La nascita del Ribelle era motivata dal desiderio di edificare una nuova società, rinnovata profondamente sotto il profilo etico, e dal rifiuto dello stato autoritario fascista, giudicato come negazione della persona. “Volevamo ribellarci al fascismo e alla Repubblica di Salò – sosteneva don Barbareschi -e tutto quello che si poteva fare lo abbiamo fatto”. Nella abitazione di via Eustachi 24, dove viveva con la madre, don Barbareschi stampava documenti falsi per  chi cercava di fuggire dal regime nazifascista.
Don Giovanni Barbareschi ha partecipato al movimento scoutista delle Aquile Randagie, messo al bando dal regime fascista nel 1928, che si dava appuntamento clandestino ogni domenica, a Milano, alla Loggia dei Mercanti. Poco dopo il dicembre del 1943 gli scout avrebbero dato vita ad Oscar, l'organizzazione che rese possibile gli espatri degli ebrei e degli antifascisti in Svizzera. Per avere salvato tantissimi ebrei e antifascisti don Barbareschi è stato riconosciuto Giusto tra le nazioni. Fu lui, non ancora ordinato sacerdote, a dare la benedizione ai 15 Martiri di Piazzale Loreto, il 10 agosto del 1944. «I corpi dei partigiani fucilati – ricordava don Barbareschi - erano rimasti esposti tutto il giorno come monito per gli operai e per i milanesi. Mi inginocchiai e quando mi alzai vidi una piazza piena di gente inginocchiata». Don Barbareschi fu arrestato la sera del 15 agosto 1944. Quel giorno aveva celebrato la sua prima messa e poi era andato al carcere di San Vittore, per trattare con un capitano della polizia fascista la liberazione di un camion di deportati. Fu imprigionato a San Vittore e sottoposto a pesantissimi interrogatori. Nella bellissima prefazione alla ristampa del Ribelle don Barbareschi scrive: “Il fascismo non è solo una dottrina o un partito, una camicia nera o un saluto romano. Il fascismo è un modo di vivere, un modo di concepire l'esistenza che è sempre in agguato, dentro e fuori di noi. E' un modo di vivere nel quale ci si piega a falsi servilismi per amore di quieto vivere e di carriera. E' una mentalità nella quale teniamo più all'apparenza che all'essere. E' una mentalità nella quale un superiore non è mai amato, ma solo temuto e a lui si chiede una cieca benevolenza. Il faraone non è stato eliminato. Ne sono succeduti altri, ugualmente oppressori, anche se non si presentano più armati di mitra, ma padroni di mass-media. L'esperienza mi ha insegnato che la liberazione è sempre una meta da realizzare ogni giorno. Non ci sono liberatori, ma uomini che si liberano. La Resistenza fa corpo con lo stesso essere uomo. Continuando il discorso delle Beatitudini, non avrei paura ad affermare: “Beato colui che sa resistere.” 

 

ANPI Nazionale

 

Ordinato sacerdote nell'agosto del 1944, ha partecipato attivamente alla Resistenza collaborando alla realizzazione, durante l'occupazione nazifascista, del giornale clandestino Il Ribelle del quale sono stati pubblicati 26 numeri, ciascuno con una tiratura di 15 mila copie.
Don Giovanni Barbareschi è stato anche membro dell'OSCAR (Opera Soccorso cattolico) che, secondo quanto è stato calcolato, ha contribuito a mettere in salvo oltre 2 mila prigionieri alleati, antifascisti italiani ed ebrei perseguitati. Per questo suo impegno il 15 agosto del '44, il giovane prete (che era stato notato in Piazzale Loreto, mentre benediceva i 15 Martiri massacrati per rappresaglia), era stato arrestato dalle SS. Incarcerato a "San Vittore" e sottoposto a durissimi interrogatori (da uno di questi uscì col braccio destro spezzato), non disse nulla che potesse mettere in difficoltà i suoi compagni di lotta.
Don Barbareschi, che era amico e compagno di ideali di Don Gnocchi, nel dopoguerra ha sempre continuato a testimoniare sui valori dell'antifascismo e della Resistenza. Proclamato "Giusto fra le Nazioni", nel 2009 la Provincia di Milano lo ha insignito della Medaglia d'oro del "Premio Isimbardi".

saronno-dongiovannibarbareschi Don Barbareschi: “Il fascismo c’è ancora. E dobbiamo resistere”
(fonte: Il Saronno - articolo di Sara Giudici - 27/01/2014)

SARONNO – Ha letteralmente incollato alla sedia i quasi 500 studenti presenti al teatro Pasta don Giovanni Barbareschi scout del gruppo clandestino Aquile Randagie (1943-45), partigiano, cappellano delle Brigate Fiamme Verdi, Medaglia d’Argento della Resistenza e giusto tra le Nazioni protagonista di un incontro che si è tenuto stamattina nell’ambito della Giornata della Memoria.
L’appuntamento, organizzato dall’Amministrazione con Anpi, Gruppo della memoria, Aned, Acli, Agesci, Auser, Masci, Associazione La Traccia, L’Isola che non c’è, Istituto Padre Monti, Società Storica Saronnese e Fondazione Mons. Andrea Ghetti – Baden, è iniziato con un video che ha raccontata la storia delle Aquile Randagie scout che, dopo lo scioglimento dell’associazione decretato dal regime fascista, continuarono la loro attività formando un’organizzazione clandestina per l’espatrio di ebrei, antifascisti e prigionieri alleati.
A catalizzare l’attenzione degli studenti, di terza media e delle superiori, è stato però l’intervento di don Barbareschi che ha letteralmente catturato i ragazzi con la sua forza e lucidità. “Il fascismo c’è ancora – ha esordito – e dobbiamo resistere. Non è solo una dottrina, un partito, una camicia nera o un saluto romano. Il fascismo è un modo di vivere, una mentalità. E’ arrendersi per amore del quieto vivere o di una carriera. E’ la verità che viene falsata, ridotta, tradita resa strumento per i propri fini”.
L’ultima aquila randagia ha raccontato anche la propria storia di partigiano a partire da quando un compagno ferito con le Ss che incombevano sul rifugio gli si presentò con la pistola chiedendo di essere ucciso per evitare di correre il rischio di tradire i compagni: “E’ stato il momento più difficile della mia vita partigiana – ha spiega Barbareschi – alla fine siamo scappati con il ferito con una barella costruita al momento. E ci siamo salvati tutti. Qualsiasi codice ci avrebbe permesso di uccidere quella creatura come estrema difesa, ma era un uomo. E l’uomo va sempre rispettato“.
All’età di 92 anni don Barbareschi rilancia un appello al momento politico e ai giovani:”Io ho rischiato molto e l’ho fatto perchè credevo che aiutare gli altri in qualsiasi circostanza fosse la cosa più bella e l’unica che dava un senso alla vita. Oggi non rischia più nessuno. Nessuno si mette più in gioco per amore delle libertà si preferisce stare seduti e pensare alla carriera”. L’amore per la libertà è proprio il valore assoluto che don Barbareschi ha trasmesso ai ragazzi: “E’ vero che sono un religioso – ha spiega – ma tra essere santo ed essere libero, io preferisco essere libero”.