Roberto Cenati e Antonio Quatela - "Oltre il ponte"

Sommario articolo

Storie e testimonianze della Resistenza in Zona 3: Porta Venezia, Città Studi, Ortica-Lambrate
Piccole storie per una grande Storia si dipanano lungo il sentiero narrativo del libro. Gli autori raccontano per bocca di personaggi, più o meno noti, e attraverso testimonianze e microstorie, momenti ed episodi della vita milanese durante la Resistenza, nei quartieri di Porta Venezia, Lambrate, Ortica e Città Studi.


 

Copertina Oltre il ponte. Storie e testimonianze della Resistenza in Zona 3: Porta Venezia, Città Studi, Ortica-Lambrate.

I protagonisti percorrono gli anni delle bombe, della fame e del terrore. Vivono la paura delle rappresaglie, delle fucilazioni, degli arresti e delle deportazioni nei campi di sterminio in Germania. Partecipano alle lotte nelle grandi fabbriche, agli scioperi, ai sabotaggi ed alle attività clandestine. Ognuno dà il proprio contributo: uomini, donne, giovani, vecchi e bambini, operai, tranvieri, bancari, artigiani,studenti, insegnanti e dirigenti delle scuole e delle università. Esultano in una Milano che insorge alla ricerca del riscatto per un mondo più giusto. Un bel libro che è anche un passo importante per la ricostruzione di quella Memoria che ci deve riportare alle origini e alle radici della nostra Costituzione Repubblicana.

 





Bruna Terzolo Cenati

Mamma, recentemente scomparsa, del compagno Roberto Cenati, Presidente dell’ANPI Provinciale di Milano.
In suo ricordo pubblichiamo alcuni brani tratti dalla sua testimonianza, riportata nel libro "Oltre il ponte", in cui racconta i giorni terribili della guerra e dei bombardamenti sulla città di Milano.
Bruna Terzolo Cenati“Mi ricordo ancora adesso che il giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, sia io che mio fratello avevamo esultato. Credevamo che ci si preparasse un avvenire pieno di avventura e di sorprese. Io allora avevo diciannove anni e mio fratello 17. Mia mamma però, che aveva vissuto la Prima Guerra Mondiale e aveva perso un fratello al fronte, ci rimproverò e ci urlò dietro: “Brutti stupidi, non sapete cos’è la guerra!”.
Quella prima notte di guerra eravamo tutti tranquilli. Mio padre era sicuro del fatto che non ci sarebbe stato nessun attacco aereo. Fui io a sentire per prima la sirena dell’allarme. Quell’urlo nella notte mi aveva terrorizzato e sconvolto. Mi sembrava di non capire più niente. Balzai giù dal letto e avvertii subito i miei familiari.Tutti si precipitarono giù per le scale, mentre ancora non erano terminati i sei regolamentari urli dell’allarme antiaereo, verso la cantina, ribattezzata ‘rifugio’, per l’aggiunta di qualche impalcatura di legno grezzo e di un certo numero di sacchetti di sabbia.Io per lo spavento non mi ero neanche voltata per vedere se mio padre, mia madre e mio fratello mi seguissero.
Da quella terribile notte del 10 giugno 1940, il rito della discesa nella cantina si ripeteva ogni qual volta suonava l’allarme, e in genere questo capitava quando si faceva buio. Si scendeva stravolti , avvolti in scialli e vestaglie e cappotti da cui spuntavano i pantaloni dei pigiami e gli orli delle camicie da notte. Rimanevamo così nel rifugio; alcuni sonnecchiavano, altri conversavano o giocavano a carte, in attesa che il sospirato suono continuato del cessato allarme arrivasse.
Abitavano nel caseggiato di via San Gregorio 53, vicino alla Stazione Centrale, e ci conoscevamo un po’ tutti. Al primo piano abitava il critico letterario e poeta Giovanni Raboni, allora un ragazzino. Il capofabbricato era un rappresentante di commercio che in gioventù aveva partecipato, o diceva di aver partecipato alla ‘marcia su Roma’. Il portinaio era invece un iscritto al Partito Socialista. Si chiamava Brambilla ed era il padre della ‘sciura’ Lina, un’amica di mia mamma e mio papà. Fu picchiato più volte dai fascisti, ai quali si oppose sin dai primi anni del regime. Gli fu anche fatto trangugiare dell’olio di ricino. La moglie, la signora Emilia, era in costante apprensione.(…)
Furono giorni e mesi terribili, ma devo anche dire che nel mio caseggiato c’era allora una forte solidarietà e amicizia tra le famiglie che lo abitavano. Questa solidarietà si rafforzò ancora di più negli anni della guerra, ci si aiutava, ci si veniva incontro. Bruna Terzolo Cenati 02
Ricordo anche un altro bombardamento aereo, anzi un mitragliamento avvenuto nel 1941. Mi stavo recando quel giorno, con mio padre, a Monza, al funerale di mia zia Romilda, quando suonò l’allarme aereo.
Tutti scesero subito dal tram ed io con mio padre, presi dal panico, riuscimmo a salvarci, rifugiandoci sotto ad un portone.

Ma il momento in cui ho avuto più paura è stato nell’ottobre del 1942. Quella volta l’allarme suonò, invece che di notte, verso la metà del pomeriggio. Quel giorno di ottobre mi trovavo nei pressi di Piazzale Firenze, per dare lezioni di pianoforte – avevo ottenuto il diploma al Regio Conservatorio, qualche anno prima - ad una ragazza. La sirena ci colse di sorpresa e creò subito in noi angoscia e paura. Smettemmo di suonare e scappammo tutti nel rifugio antiaereo. Sopra le nostre teste si stava scatenando il finimondo: su Milano non c’era mai stato un bombardamento così violento. Quando tutto cessò, dovetti tornare a casa a piedi perché i tram erano fermi e Milano era quasi completamente incendiata.(…)
Negli anni della guerra si soffriva la fame. Mangiavamo pane nero e pasta nera ottenuti con ‘l’annonaria’. Si riusciva lo stesso ad acquistare qualcosa attraverso la borsa nera.(…)
Foto - Negli anni della guerra si soffriva la fame.Un altro nostro nemico era il freddo. Mancava o scarseggiava il combustibile per il riscaldamento. Così la zia Teresa, diverse volte, provvedeva a raccogliere carbone lungo la ferrovia, correndo molti pericoli, perché c’erano tanti tedeschi a sorvegliare i convogli.(…)Tra via Settala e viale Vittorio Veneto Nell’agosto del 1943 molti edifici furono danneggiati o distrutti nella nostra zona di Porta Venezia: mi ricordo che cadde il caseggiato di via San Gregorio all’angolo con via Carlo Tenca e che fu distrutto lo stabile di via San Gregorio angolo Vittor Pisani, dove si trovava la tabaccheria del signor Papagni. Nel corso di quest’ultimo bombardamento, uno spezzone incendiario entrò nell’appartamento al quarto piano del nostro caseggiato di via San Gregorio, abitato dalla signora De Simoni e anche un vetro del nostro appartamento subì danni.(…) Molte case furono distrutte anche lungo la via Marco Polo. Furono devastati dai bombardamenti anche un palazzo in piazza della Repubblica, verso i Giardini Pubblici, angolo via Manin, una casa di via Lecco, angolo via San Gregorio, alcuni edifici lungo viale Vittorio Veneto, angolo via Settala, delle abitazioni di via San Gregorio angolo Benedetto Marcello e diverse case che sorgevano in Corso Indipendenza. Guardarsi intorno era un bel disastro…
La prima volta che ho visto i partigiani fu pochi giorni prima del 25 aprile 1945. Erano saliti, in tuta blu, sui terrazzi della Casa dei ferrovieri, in via San Gregorio 46 e da lì sparavano contro i tedeschi, alloggiati in una delle loro sedi – un palazzo rosso – di piazza della Repubblica. Il 25 aprile è stato un giorno di grandissima ed indimenticabile festa. Mi ricordo i tedeschi che sfilavano, dopo la resa, con le mani alzate. Qualche giorno dopo arrivarono gli americani. Percorrevano le vie su carri armati altissimi. La gente li accoglieva in un clima di festa e di grande entusiasmo. I soldati americani regalavano tavolette di cioccolato e caramelle.”

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