Storie d'Italia e d'Europa

Il clero e la Resistenza

Il clero italiano, fin dall'inizio dell'occupazione tedesca, aveva dovuto scegliere fra due alternative: la Resistenza patriottica all'invasore, quale ad esempio fu quella condotta in Belgio dal primate belga cardinale Mercier durante la prima guerra mondiale o l’acquiescenza allo stato di fatto, quale si ebbe in Francia durante l’occupazione nazista.
In Italia invece non fu scelta con chiarezza né l'una né l'altra strada, non ci fu una politica vaticana «a senso unico», facilmente definibile nelle sue caratteristiche. L'unica direttiva che arrivò da Roma fu quella di negare il riconoscimento de iure alla repubblica di Salò, pur riconoscendola come un governo di fatto.
Il clero basso, si può dire in ogni regione, offre la sua assistenza agli «sbandati» e continua ad offrirla anche quando essi sono divenuti «ribelli» e poi patrioti: è un'assistenza che travalica facilmente i limiti della carità imposta dai doveri sacerdotali, poiché non si limita, almeno nelle sue manifestazioni più esplicite, a offrire un rifugio, uno scampo alle persecuzioni nazifasciste, ma fornisce un vero e proprio appoggio al consolidarsi delle prime formazioni partigiane e collabora in forme più o meno dirette alla loro efficienza bellica. Numerosi esempi possono essere portati in tal senso risalendo dal Sud al Nord.

Don Pietro MorosiniA Roma spicca la figura di don Pietro Morosini (Medaglia d'oro al valor militare), fucilato «per l'opera di ardente apostolato fra i militari sbandati... l'acquisto e la custodia delle armi» («se mi lascerete libero ricomincerò da capo», dichiarò orgogliosamente ai suoi giudici). E ancora a Roma è da ricordarsi il coraggioso gesto compiuto da' un sacerdote, don Paolo Pecoraro (Medaglia d'argento alla Resistenza): il 12 marzo 1944, in occasione della benedizione papale in piena piazza San Pietro, gremita fino all'impossibile, dove abbondavano fascisti ed SS tedesche, non esitò con sprezzo del pericolo e rischiando la propria vita, ad issarsi su uno dei piedistalli dell'obelisco e ad esortare a voce altissima tutti gli italiani a battersi contro gli oppressori, a cacciare il nemico invasore.

don Paolo PecoraroDecine e decine di parroci sull'Appennino e sulle Alpi acconsentono a trasformare le loro canoniche in depositi d'armi, e non solo consentono, ma sono essi stessi a suscitare e ad organizzare la guerra di liberazione. Così, ad esempio, fa don Pasquino Borghi nelle zone del Reggiano, fucilato nel gennaio come organizzatore dei primi nuclei di ribelli, il parroco don Agnesi in Piemonte che trasforma la sua canonica in «ufficio d'arruolamento della IV brigata Garibaldi», don Gaggero a Genova al quale fa capo il CLN locale. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Ci sono anche quelli che assumono direttamente il comando delle formazioni partigiane come «don Pietro» nella provincia di Massa-Carrara e «don Carlo» in quella di Reggio Emilia. Sono questi gli esempi più avanzati, alcuni d'eccezione, ma è indubbio che la gran massa del clero basso si dimostrò favorevole, e non solo a parole, alla Resistenza.

(Fonte: ANPI Lissone)

 

Medaglia d'oro al valor militareMedaglia d'oro al valor militare
«Sacerdote di alti sensi patriottici, svolgeva, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, opera di ardente apostolato fra i militari sbandati, attraendoli nella banda di cui era cappellano. Assolveva delicate missioni segrete, provvedendo altresì all’acquisto ed alla custodia di armi. Denunciato ed arrestato, nel corso di lunghi estenuanti interrogatori respingeva con fierezza le lusinghe e le minacce dirette a fargli rivelare i segreti della resistenza. Celebrato con calma sublime il divino sacrificio, offriva il giovane petto alla morte. Luminosa figura di soldato di Cristo e della Patria.»
— Roma, 8 settembre 1943 -3 aprile 1944.

Don Giuseppe MorosiniEntrò giovane nella Congregazione della Missione e fu ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano nel 1937.
Nel 1941 fu cappellano militare del 4º reggimento d'artiglieria di stanza a Laurana, ora in Croazia ma all'epoca in provincia di Fiume. Nel 1943 fu trasferito a Roma. Qui assisteva i ragazzi sfollati dalle zone colpite dal conflitto che erano alloggiati nella scuola elementare Ermenegildo Pistelli, situata nel quartiere Della Vittoria.
Dopo l'8 settembre entrò nella resistenza romana principalmente come assistente spirituale, ma riuscì anche ad aiutare procurando armi e vettovagliamenti. Era in contatto con la "banda Fulvi", comandata da un ufficiale dell'esercito italiano, il tenente Fulvio Mosconi, gruppo che era attivo a Monte Mario, e dipendeva da Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.
Ottenne da un ufficiale della Wehrmacht il piano delle forze tedesche sul fronte di Cassino, ma, segnalato da un delatore (un certo Dante Bruna, infiltrato dalla Gestapo tra i partigiani di Monte Mario, che fu ricompensato con 70.000 lire), fu arrestato dalla Gestapo il 4 gennaio del 1944 mentre raggiungeva il Collegio Leoniano in via Pompeo Magno 21, in Prati insieme all'amico Marcello Bucchi. Fu detenuto a Regina Coeli nella cella n. 382. Morosini venne accusato oltre che di aver passato agli Alleati la copia della mappa del settore difensivo tedesco davanti a Cassino, anche del possesso di una pistola, rinvenuta tra la biancheria, e del deposito di armi ed esplosivi nascosto nello scantinato del Collegio Leoniano.
Nel carcere era ospitato, nella stessa cella, Epimenio Liberi, un commerciante ventitreenne nativo di Popoli che aveva partecipato ai combattimenti di Porta San Paolo e che era entrato nelle resistenza nelle file del Partito d'Azione. La moglie era in attesa del terzo figlio. I due strinsero amicizia e don Morosini scrisse in carcere per il bambino che doveva nascere, una celebre Ninna Nanna per soprano e pianoforte. Liberi fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo.
Sottoposto a torture perché rivelasse i nomi dei suoi complici, Morosini non solo non parlò ma, con Bucchi, cercò anzi di addossarsi ogni colpa del movimento. Il 22 febbraio il tribunale tedesco lo condannò a morte. Nonostante le pressioni esercitate dal Vaticano, fu fucilato il 3 aprile 1944 a Forte Bravetta. Nel plotone di esecuzione composto da 12 militari della PAI (Polizia dell'Africa Italiana), all'ordine di "fuoco!", 10 componenti spararono in aria. Rimasto ferito dai colpi degli altri 2, don Morosini fu ucciso dall'ufficiale fascista che comandava l'esecuzione con due colpi di pistola alla nuca.
Fu accompagnato al patibolo dal vescovo monsignor Luigi Traglia, che l'aveva ordinato sacerdote sette anni prima.
Sandro Pertini, che era allora detenuto al carcere di Regina Coeli, lo incontrò dopo un interrogatorio delle SS. Pertini lasciò questa testimonianza:
    « Detenuto a Regina Coeli sotto i tedeschi, incontrai un mattino don Giuseppe Morosini: usciva da un interrogatorio delle S.S., il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. Benedisse il Plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: "Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno", come Cristo sul Golgota. Il ricordo di questo nobilissimo martire vive e vivrà sempre nell'animo mio »
(Roma, 30 giugno 1969)

Il don Pietro del film di Rossellini Roma città aperta, riassume le figure di don Giuseppe Morosini e di don Pietro Pappagallo, un altro sacerdote che partecipò alla resistenza romane e che fu ucciso alla Fosse Ardeatine.

medaglia d'oro al merito civile Medaglia d'oro al merito civile

(Terlizzi, 28 giugno 1888 – Roma, 24 marzo 1944)

In sua memoria, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito, 13 luglio 1998, la medaglia d'oro al merito civile:
«Sacerdote della Diocesi di Roma, durante l'occupazione tedesca collaborò intensamente alla lotta clandestina e si prodigò in soccorso di ebrei, soldati sbandati, antifascisti ed alleati in fuga dando loro aiuto per nascondersi e rifocillarsi. Tradito, fu consegnato ai tedeschi, sacrificando la sua vita con la serenità d'animo, segno della sua fede, che sempre lo aveva illuminato.»
— Roma, 24 marzo 1944

Al suo nome è intitolata la sezione "Esquilino-Monti-Celio" dell'ANPI.
Giovanni Paolo II, in occasione del giubileo dell'anno 2000, ha incluso don Pietro Pappagallo tra i martiri della Chiesa del XX secolo.

Un sacerdote alle Fosse Ardeatine 

E' stato un presbitero e antifascista italiano.
Don Pietro PappagalloÈ noto principalmente per il suo impegno - durante la Seconda guerra mondiale - nel fornire ausilio alle vittime del nazi-fascismo.
Quinto di otto fratelli, nacque a Terlizzi, in provincia di Bari, in una famiglia di modeste condizioni economiche: il padre, cordaio, fabbricava con canapa, iuta e giunco le funi; la madre, casalinga, intuisce ed asseconda la precoce vocazione del ragazzo.
Collabora inizialmente con la sua attività di garzone nella bottega paterna, poi la madre gli permetterà di entrare in seminario, dando, con la cessione di beni immobili che le appartenevano, la "rendita sacerdotale", a quei tempi necessaria per chi intendeva diventare prete.
Pietro fu ordinato sacerdote il 3 aprile 1915 , Sabato Santo, e il giorno seguente, Pasqua di Risurrezione, distribuì l'immaginetta-ricordo della sua prima messa, sulla quale volle trascrivere la preghiera al "Dio delle misericordie", al "Re pacifico", composta da Benedetto XV per implorare la pace.


Targa Don Pietro PappagalloTrascorre i primi dieci anni della sua vita sacerdotale nella cura pastorale di un convitto nella diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e, successivamente, del seminario "Pio X" di Catanzaro.
Giunto a Roma nel 1925, don Pappagallo fece parte del Collegio dei Beneficiati della Basilica di Santa Maria Maggiore e padre spirituale delle Suore Oblate del Santo Bambino Gesù di via Urbana; fu anche vice parroco della Basilica di San Giovanni in Laterano e segretario del cardinale Ceretti.
Durante l'occupazione tedesca, il sacerdote si impegnò nel fornire aiuto a soldati, partigiani, alleati, ebrei ed altre persone ricercate dal regime.
Il 29 gennaio 1944, il sacerdote fu arrestato dalle S.S., dopo la delazione da parte della spia tedesca Gino Crescentini, lo scopo era eliminare una figura di spicco del fronte militare clandestino e della resistenza romana. Condannato a morte, fu giustiziato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine. Alcuni testimoni hanno riferito che, anche durante il periodo della prigionia, don Pappagallo condivise il proprio pasto con altri detenuti che non avevano ricevuto cibo.

Il Don Pietro immortalato da Rossellini ed impersonato da Aldo Fabrizi nel film "Roma città aperta" (1945) con Anna Magnani è, anche fisicamente, riconducibile a Don Pietro Pappagallo.


Medaglia d'argento alla ResistenzaMedaglia d'argento alla Resistenza


don Paolo PecoraroSi è spento Don Paolo Pecoraro all'età di 95 anni nell'Ospedale di Subiaco. Figura da molti giudicata controversa, ha sicuramente lasciato un'impronta grazie ai suoi studi sulla Divina Commedia di Dante Alighieri, dove intrecciava sapientemente teologia, letteratura ed astronomia, giungendo a vette di notorietà anche internazionali. Preside del liceo classico ed istituto magistrale Giovannangelo Braschi, ha lasciato un ricordo indelebile in migliaia di alunni che lo hanno ascoltato o come professore o come preside. Ma la sua fama non è limitata al mondo della cultura: Medaglia d'argento alla Resistenza, durante l'occupazione tedesca di Roma, si fece protagonista di un episodio narrato da Giulio Andreotti sul Corriere della Sera qualche anno fa: un giovane sacerdote sventolava in Piazza San Pietro a Roma una bandiera rossa incitando i cittadini romani a sollevarsi. Conta sostenitori addirittura su Facebook, ove è stato creato un gruppo in suo onore già da qualche tempo, e dove si sono ritrovati ex alunni o semplici ammiratori. Riportiamo qui un passo tratto dal sito dell'Università Popolare, che ne traccia un breve ma emblematico ricordo:"Con il Prof. Don Pecoraro fece irruzione un modello didattico e comunicativo nuovo e travolgente rispetto ai modi tradizionali. Linguaggio diretto, espressioni “forti”, impegno culturale anche fuori dell’istituzione scolastica, grande cultura classica umanistica, letteraria (e soprattutto dantesca), frequentazione di grandi personalità della cultura e della politica del tempo bellico e post-bellico e dell’antifascismo, con la fama (mai conosciuta compiutamente, dall’ambiente locale, preti compresi) di Medaglia d’Argento della Resistenza romana."

(Fonte: subynews.blogspot.com) 

Medaglia d'oro al valor militare.Medaglia d'oro al valor militare.

Il 7 gennaio 1947 il capo provvisorio della Repubblica italiana, Enrico De Nicola, gli conferì la medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
«Animatore ardente dei primi nuclei partigiani, trasfuse in essi il sano entusiasmo che li sostenne nell'azione. La sua casa fu asilo ad evasi da prigionia tedesca e scuola di nuovi combattenti della libertà. Imprigionato dal nemico, sopportò patimenti e sevizie, ma la fede e la pietà tennero chiuse le labbra in un sublime silenzio che risparmiò ai compagni di lotta la sofferenza del carcere e lo strazio della tortura. Affrontò il piombo nemico con la purezza dei martiri e con la fierezza dei forti e sulla soglia della morte la sua parola di fede e di conforto fu di estremo viatico ai compagni nel sacrificio per assurgere nel cielo degli eroi.»
Reggio Emilia, 30 gennaio 1944

Don Pasquino Borghi(Bibbiano, 1903 – Reggio Emilia, 1944) è stato un sacerdote, missionario e partigiano italiano.
Il 30 gennaio 1944, a poco più di un mese dall’uccisione dei sette fratelli Cervi e di Quarto Camurri, nel poligono di tiro di Reggio Emilia i fascisti repubblichini fucilarono don Pasquino Borghi e altri otto antifascisti: Ferruccio Battini, Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti, Destino Giovanetti, Enrico Menozzi, Contardo Trentini ed Enrico Zambonini.

Figlio di una umile famiglia di mezzadri entrò nel seminario di Marola a 12 anni e prosegue gli studi nel liceo del seminario di Albinea. Tra il 1923 e il 1924 presta servizio militare di leva, finita la leva sente la vocazione di diventare missionario e per questo sceglie di entrare nell'istituto Benedetto XV di Venegono Superiore in provincia di Varese, della congregazione religiosa comboniana, nel 1929 pronuncia i voti perpetui e viene ordinato sacerdote, nel 1930 parte per la missione comboniana nel Sudan anglo-egiziano.
Rientrato per motivi di salute, nel 1938 entrò nella Certosa di Farneta (Lucca), dove prese i voti di certosino. Nel 1939 tornò alla vita sacerdotale per aiutare la madre, vedova e in povertà. Curato nella parrocchia di Canolo di Correggio (RE), fu nominato parroco di Coriano Tapignola nel agosto del 1943.
Dopo l'8 settembre, iniziò ad accogliere i militari sbandati e sostenne la prima banda partigiana italiana, quella dei fratelli Cervi. Partigiano con il nome di "Albertario", collaborò attivamente con don Domenico Orlandini nome di battaglia "don Carlo" il quale diede vita ad alcune delle formazioni delle Fiamme Verdi, nella zona di Reggio.
Fu arrestato dai repubblichini il 21 gennaio 1944 e incarcerato a Scandiano prima e a Reggio Emilia poi. Su decisione del capo della provincia, Enzo Savorgnan, fu condannato a morte da un tribunale speciale straordinario [2] con pubblico ministero Francesco Panitteri e fu fucilato il 30 gennaio, insieme ad altri otto antifascisti tra i quali l'anarchico Enrico Zambonini.

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